Erik, il sorriso che inganna.
ART CITY Bologna 2026 – Women Via Zago






Questa scultura non racconta un atto di violenza.
Racconta ciò che spesso lo precede.
Il personaggio che vedi non urla, non colpisce, non minaccia apertamente. Sorride. Si avvicina. Chiede. Insinua.
La violenza di genere, molto spesso, nasce qui: nella manipolazione, nel controllo emotivo, nella normalizzazione dell’invasione dell’altro.
La postura invadente, il sorriso ambiguo, la valigia legata rappresentano dinamiche relazionali che imprigionano prima ancora di ferire. Rapporti che diventano gabbie, richieste che non lasciano spazio al rifiuto, gesti apparentemente innocui che costruiscono dipendenza e paura.
Ho scelto un linguaggio grottesco e ironico non per alleggerire il tema, ma per renderlo più riconoscibile.
Il pericolo raramente ha un volto mostruoso. Spesso è ordinario, familiare, persino gentile.
Quest’opera è un invito a guardare prima.
Prima del gesto estremo.
Prima del silenzio.
Prima che la violenza diventi visibile.
CONNESSIONI POSSIBILI CON UNA MOSTRA SULLA VIOLENZA DI GENERE
Il personaggio ha un atteggiamento invadente e insinuante. Questo può rappresentare la fase di grooming emotivo che molti aggressori esercitano sulle vittime: seduzione, pressione, manipolazione.
Il volto sorridente ma inquietante riflette una dinamica nota: l’aggressore non è quasi mai “mostruoso”, ma si presenta come figura apparentemente normale, talvolta buffa o affabile. Il contrasto visivo diventa un messaggio educativo.
Le bretelle, i vestiti miseri e l’atteggiamento dimesso possono alludere agli aggressori che si presentano come vittime o bisognosi, creando confusione e senso di colpa nelle persone che subiscono manipolazione.
La valigia legata con corde può rimandare simbolicamente a ciò che non si può lasciare andare, agli schemi che imprigionano, ai rapporti che diventano gabbie. È un ottimo simbolo visivo.
Il cappello teso può diventare metafora di una pretesa: l’aggressore che chiede qualcosa che non gli spetta. Spazio, corpo, decisioni, dignità.
Dal Pensiero alla Materia
Il processo di creazione di questa scultura nasce da un disegno preliminare, pensato come mappa emotiva e strutturale dell’opera.
Il disegno non è solo uno studio formale, ma il primo spazio in cui vengono definite postura, tensioni e intenzioni del personaggio.
Da lì prende forma la struttura interna in ferro, una sorta di scheletro portante. Il ferro ha una funzione essenziale: sostiene il peso della scultura, ne garantisce l’equilibrio e fissa i volumi principali. È una fase invisibile a opera finita, ma determinante. Senza questa base solida, la forma non potrebbe esistere né reggere nel tempo.
Su questa struttura viene applicata la pasta polimerica, modellata progressivamente per costruire il corpo, i gesti e i dettagli. La materia segue il disegno iniziale, ma viene continuamente messa in discussione dal lavoro manuale: ogni pressione, ogni aggiunta o sottrazione modifica leggermente l’intenzione, arricchendola. È in questa fase che l’opera trova la sua identità definitiva, tra controllo e imprevisto.
Il processo è lento, stratificato, fatto di correzioni e ascolto della forma che emerge. La scultura nasce così: da un’idea, sostenuta da una struttura nascosta, e portata alla luce attraverso la materia.
La fase conclusiva è la decorazione pittorica, realizzata interamente a pennello con colori acrilici. Il colore non ha una funzione puramente estetica, ma serve a rafforzare i volumi, le espressioni e il carattere del personaggio, completando il passaggio dalla struttura alla presenza definitiva dell’opera.